Se dovessimo scegliere una sola cosa da vedere a Gozo per capire quanto profonda è la storia di questo pezzo di Mediterraneo, sarebbero i Templi di Ġgantija. Sono due edifici in pietra costruiti sul plateau di Xagħra tra il 3600 e il 3200 avanti Cristo, che significa che sono più antichi di Stonehenge e delle piramidi egizie di circa mille anni. Sono tra i più antichi edifici in pietra del mondo ancora in piedi, secondi soltanto a Göbekli Tepe in Turchia. Sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1980, primo sito dell’arcipelago maltese a ricevere questo riconoscimento (nel 1992 la lista è stata estesa agli altri templi neolitici di Malta).
Il nome e la leggenda della gigantessa
Il nome viene dal maltese ġgant, “gigante”, e si pronuncia più o meno “jgan-tì-ja”. La ragione è una leggenda gozitana che gli abitanti dell’isola si raccontano da secoli e che il museo del sito prende in carico volentieri: i templi sarebbero stati costruiti da una gigantessa di nome Sansuna, che portava le pietre in equilibrio sulla testa da Ta’ Ċenċ (quattro chilometri più a sud) mentre allattava il figlio, avuto da un uomo del villaggio. Si nutriva esclusivamente di fave e miele, il che le dava una forza sovrumana. Nelle versioni più recenti della leggenda il miele viene sostituito dall’acqua, cambiamento probabilmente dovuto ai dietologi del Neolitico gozitano.
Sansuna, nel folklore locale, è anche associata ad altri siti megalitici sparsi per Gozo, come la Ġebla ta’ Sansuna a Qala e la Ħaġra tal-Mara a Ta’ Ċenċ, tutte pietre che secondo la tradizione avrebbe posato con le proprie mani.
Come sono stati costruiti (in un mondo senza ruote e metalli)
Prima di arrivare al culto e alle interpretazioni, vale la pena fermarsi sul dato materiale. Ġgantija è stata costruita in un’epoca in cui non esistevano né la ruota né gli strumenti di metallo. I costruttori usavano attrezzi in selce, ossidiana e osso, e sappiamo che dovevano spostare blocchi di pietra calcarea corallina, il materiale più resistente disponibile sull’isola, di dimensioni notevoli: alcuni megaliti superano i cinque metri di lunghezza e le cinquanta tonnellate di peso. Le pareti esterne raggiungono i sei metri di altezza.
Come abbiano fatto è una domanda seria. Nel sito sono state trovate parecchie sfere di pietra levigate, di circa venticinque centimetri di diametro, che gli archeologi ritengono fossero usate come rulli per far scorrere i blocchi giganti sopra un piano di pietrame preparato. Non è la risposta hollywoodiana con giganti o astronavi, ma è la spiegazione realistica: un lavoro comunitario di grande organizzazione, con una tecnica intelligente di quella che si potrebbe chiamare “ingegneria neolitica”.
Cosa si vede sul posto
Il complesso è composto da due templi affiancati, con ingressi separati ma racchiusi dallo stesso muro perimetrale esterno. Il tempio a sud, il più grande, è anche il più antico dei due; il tempio a nord è di circa duecento anni più giovane. Ognuno dei due templi ha una pianta a cinque absidi disposte a trifoglio intorno a un corridoio centrale, con il fondo dell’ultima abside come punto sacro dell’edificio.
Le pietre esterne sono in calcare corallino, dure e resistenti, mentre l’interno usa la più tenera pietra calcarea globigerina, che permetteva di scolpire porte, altari, decorazioni e nicchie. Anche se oggi Ġgantija ci appare come pietra nuda, in origine le pareti interne erano intonacate e dipinte con ocra rossa: frammenti di intonaco pigmentato sono conservati al centro di interpretazione, e la loro presenza cambia radicalmente l’immagine mentale che ci facciamo del posto. Non un tempio austero e primitivo, ma uno spazio colorato, decorato, curato.
Nei pavimenti degli ambienti interni si vedono ancora dei fori libatori, piccole cavità scavate nella pietra probabilmente per ricevere offerte liquide (vino, olio, latte). Ossa di animali trovate nel sito indicano che qui si praticavano sacrifici rituali con successiva consumazione comunitaria, probabilmente nel grande piazzale antistante il tempio, appositamente rialzato dai costruttori per accogliere i partecipanti.
Il culto: nessuna certezza, molte interpretazioni
Su cosa esattamente si celebrasse a Ġgantija cinquemila e seicento anni fa, gli archeologi non hanno ancora una risposta definitiva, ed è giusto essere trasparenti sul fatto che tutto quello che diciamo qui sotto è interpretazione, non certezza documentata.
L’interpretazione più classica, dominante per gran parte del Novecento, individua a Ġgantija un culto della Dea Madre, una divinità della fertilità e della continuità della vita. La lettura si basa sulle numerose statuette femminili trovate a Gozo e a Malta (le famose “Fat Ladies” o “Signore obese”), sulla forma stessa degli edifici che ricorda una figura femminile con absidi arrotondate, sul culto della fertilità che collegherebbe la struttura del tempio con quella del corpo. È l’interpretazione che si legge sui pannelli storici e che ha influenzato per decenni il turismo esoterico attorno a questi luoghi.
Studi più recenti, in particolare quelli del progetto FRAGSUS dell’Università di Cambridge portato avanti nel decennio scorso, hanno messo in discussione l’idea di un culto singolo e monolitico. Non ci sono prove definitive dell’esistenza di una specifica divinità femminile né di una religione matriarcale. Quello che emerge, più semplicemente, è un sistema simbolico legato alla fertilità, alla continuità della comunità e all’abbondanza, espresso attraverso figure femminili, animali, ocra rossa, cibo. Un tipo di spiritualità comunitaria e stagionale, non dottrinale, più simile a un ciclo agricolo sacralizzato che a una religione codificata. Ma anche questa è, appunto, un’interpretazione.
Il dato onesto, che i pannelli del centro di interpretazione riconoscono, è che non abbiamo lingua scritta di quella cultura. Nessun testo, nessuna iscrizione. Le loro credenze religiose ci arrivano solo attraverso oggetti e strutture, ed è come voler capire il cristianesimo guardando solo l’architettura delle chiese senza aver letto la Bibbia. Ammettere questo limite ci sembra la cosa più corretta.
Non è Stonehenge
Vale la pena spendere due righe su cosa aspettarsi dalla visita, perché è un punto in cui parecchi turisti restano un po’ delusi. Ġgantija non è Stonehenge, nel senso che non troverete un cerchio di pietre imponenti perfettamente restaurate, con basamenti di cemento moderno e blocchi riposizionati con la gru. Ġgantija è tutto originale: le pietre stanno dove i costruttori le hanno lasciate cinquemila e seicento anni fa, salvo qualche minimo intervento di consolidamento, e questo significa che alcuni tratti dei muri sono più bassi di quanto fossero all’origine, alcune pietre sono cadute, alcune stanno un po’ storte.
Per un visitatore che si aspettava le riproduzioni tirate a lucido di certi siti mediterranei, l’effetto iniziale può essere sottovalutato. Ma questa è la cosa più preziosa del posto: si vedono le rovine per quello che sono davvero, non per come qualcuno vorrebbe farcele vedere. È un tipo di autenticità sempre più rara. Una volta accettato questo, e visualizzato mentalmente il tempio a piena altezza con intonaco rosso e piazzale gremito di gente, si comincia a capire cosa si sta guardando.
Il centro di interpretazione
All’ingresso del parco archeologico c’è un centro di interpretazione moderno, con pannelli solari sul tetto, inaugurato nel 2013 e ristrutturato negli anni successivi. Vale la pena fare il centro prima di entrare al sito, non dopo: contiene pannelli espositivi in inglese e italiano che spiegano il contesto neolitico, ricostruzioni tridimensionali di come poteva apparire il tempio in origine, video sulla costruzione, e una selezione dei reperti principali trovati nei siti preistorici di tutta Gozo, dalle statuette in pietra e argilla ai frammenti di ceramica decorata. La visita al centro dura una ventina di minuti e trasforma completamente il modo in cui poi si guardano le pietre.
Il percorso di visita continua sul sito attraverso passerelle di legno che passano intorno e attraverso i templi, senza calpestare il pavimento originale. Le passerelle sono accessibili anche a chi ha difficoltà motorie o si muove in carrozzina.
Il mulino Ta’ Kola (incluso nel biglietto)
A due minuti a piedi dai templi, sulla stessa strada, sta il Mulino a vento Ta’ Kola, un piccolo edificio del 1725 costruito ai tempi dei Cavalieri di Malta e ristrutturato nel Settecento inoltrato. Prende il nome dall’ultimo mugnaio che ci ha lavorato, Żeppu ta’ Kola, che ha macinato grano lì fino al 1987. Oggi è un piccolo museo di Heritage Malta dedicato alla vita rurale tradizionale gozitana, con la casa del mugnaio ricostruita al piano terra, un laboratorio con attrezzi forgiati a mano, e al piano superiore le originali macine e ingranaggi del mulino ancora in posizione.
La scala per salire è stretta e ripida, e non è accessibile a chi ha mobilità ridotta. Ma la cosa importante da sapere è che il biglietto di Ġgantija include automaticamente Ta’ Kola, quindi vale la pena dedicare venti-trenta minuti anche al mulino. Serve a mettere in prospettiva la continuità di questo pezzo di Gozo, da cinquemila anni fa a un mugnaio ancora attivo negli anni ’80.
La vista dal plateau
Un aspetto che le guide dimenticano di menzionare è la posizione stessa dei templi. Ġgantija sta sul plateau di Xagħra, a circa cento metri sopra il livello del mare, e da lì si apre una vista che i costruttori neolitici hanno chiaramente scelto con intenzione: la piana fertile che scende verso Ramla Bay, le colline circostanti, e in giornate limpide il canale con Malta all’orizzonte. Era il punto migliore per un centro rituale, sia per la protezione naturale sia per il valore paesaggistico.
Questa vista è metà della bellezza della visita. In una giornata con cielo terso, luce buona e poca folla, i templi si integrano nel paesaggio in modo che non è possibile riprodurre in nessuna fotografia da guida turistica.
Come arrivare
Ġgantija si trova a Xagħra, uno dei paesi più grandi di Gozo, a cinque minuti a piedi dalla piazza principale del paese. Le opzioni per arrivare sono parecchie.
In autobus dal terminal di Victoria: le linee 307 e 322 fermano alla fermata “Tempji” o “Ġgantija”, a due minuti dall’ingresso. Da Victoria sono 15-20 minuti di corsa. La 322 arriva anche direttamente da Mġarr Harbour, il porto dei traghetti.
In auto da Victoria: dieci minuti scarsi. Il parcheggio del sito è gratuito e in genere ha posto tranne che nelle ore di punta dei pullman turistici (le 10-12 di mattina).
Con l’hop-on-hop-off di Gozo: entrambi gli operatori (rosso e giallo) fermano a Ġgantija come tappa fissa dei loro tour.
In tuk-tuk: numerosi tuk-tuk gozitani offrono corse a Ġgantija con partenza da Victoria o da Mġarr, spesso con brevi soste esplicative del guidatore.
A piedi dal centro di Xagħra: cinque minuti in leggera discesa dalla piazza principale.
Prezzi, orari, sconti
Il biglietto adulti costa 10 euro, e come detto include l’ingresso al Mulino Ta’ Kola. Ci sono sconti per anziani (65+) e ragazzi 12-17 a 8 euro, bambini 6-11 a 6 euro, gratuità sotto i 6 anni. Chi ha la tessera Heritage Malta (annuale) entra gratis, ed è un buon investimento per chi intende visitare più siti dell’arcipelago. Chi visita più siti Heritage Malta in un breve periodo può valutare il Multipass a 60 euro adulti / 45 studenti-senior / 30 bambini, che comprende praticamente tutti i musei e monumenti gestiti dall’ente.
Gli orari attuali del 2026: da marzo a ottobre tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00. Da novembre al 4 gennaio dalle 9:00 alle 17:00. Dal 5 gennaio al 28 febbraio stessi orari ma chiuso il martedì. Ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura. Chiusura totale il 24, 25 e 31 dicembre, il 1° gennaio e il Venerdì Santo. Per orari e prezzi aggiornati conviene sempre controllare il sito di Heritage Malta prima della visita.
Quando andare
Come per tanti siti aperti a Gozo, i mesi migliori sono quelli di mezza stagione: aprile, maggio, ottobre, novembre. Le temperature sono giuste, la luce del sole non appiattisce le pietre, e ci sono meno gruppi turistici organizzati. In alta stagione (giugno-settembre) il caldo del pomeriggio a Xagħra può essere intenso e i megaliti sono esposti al sole senza ripari.
Il consiglio più concreto è di programmare la visita all’apertura del mattino (10:00) oppure nel tardo pomeriggio dopo le 16:00. Il primo motivo è pratico: si evita il caldo peggiore e i gruppi guidati che arrivano tipicamente tra le 10:30 e le 12:30. Il secondo motivo è la luce: al mattino presto o al tramonto la pietra corallina si scalda di colore, le ombre si allungano, il paesaggio circostante prende profondità. La visita in quelle ore diventa un’esperienza diversa, quasi solitaria in certi giorni.
Prevedete un’ora e mezza-due ore per il tutto (interpretation centre, templi, mulino). Portate acqua, cappello, scarpe comode. Il sito è tutto all’aperto e all’ombra ce n’è poca.
Perché vale la pena
Anche per chi non è particolarmente appassionato di archeologia neolitica, Ġgantija resta uno di quei posti dove il senso di continuità della storia umana si sente in modo fisico. Stare dentro un edificio costruito da persone che non conoscevano il metallo, la ruota, la scrittura, e capire che quelle persone si sono organizzate abbastanza da spostare blocchi di cinquanta tonnellate per costruire uno spazio sacro, è una lezione di prospettiva che nessun museo tradizionale riesce a dare. La location aiuta, la conservazione è buona, la logistica di visita è ben gestita. Per noi di Gozo, è uno dei siti che consigliamo per primi a chi ci chiede cosa vedere una volta arrivato sull’isola. È al primo posto della nostra guida a Gozo, e non c’è nessuna vergogna a metterla lì.

